di Jean-Marie Benjamin
E’ meglio essere attivi oggi che radioattivi domani. Cercavano armi di distruzioni di massa in Iraq, sarebbe stato molto più efficace inviare gli ispettori dell’ONU in America. Ne troverebbero un bel po’. Parigi, luglio 1999. In una conferenza stampa presento “Iraq: l’Apocalisse” (edizioni Favre di Lausanne e edizione italiana Andromeda di Bologna). E stato il primo libro pubblicato in Europa con una denuncia scientificamente documentata sull’utilizzo di armi all’uranio impoverito da parte delle forze anglo-americane durante la guerra del Golfo del 1991 e sulla contaminazione radioattiva del territorio iracheno. Si alza un giornalista dicendo “Padre, se fosse vero di queste armi all’uranio impoverito, lo sapremmo, ne avremmo già sentito parlare”. Il Pentagono continuava a negare l’esistenza (e dunque l’utilizzo) di tali armi, i Ministeri della Difesa delle nostre “pulite democrazie” europee si chiudevano in un imbarazzante silenzio. Eppure, oggi, secondo i monitoraggi e gli studi effettuati dagli esperti iracheni e secondo le ricerche e inchieste segrete delle forze armate americane e di alcuni Paesi occidentali, come anche secondo diverse inchieste di istituti privati, nel sud dell’Iraq circa il 70% del territorio (la sabbia del deserto, le acque e le terre agricole) e della popolazione sono contaminati da radioattività provocati dalle bombe ed ordigni all’uranio impoverito utilizzate nel 1991, nei bombardamenti dell’Iraq del dicembre 1998, del 2003 con successivi bombardamenti fino ai nostri giorni. In 18 anni (1991-2009) un totale di oltre 2 milioni di ordigni all’uranio impoverito sono stati lanciati sull’Iraq e cioè oltre 700 tonnellate di uranio 238, il quale, come sappiamo, ha una durata di vita e di contaminazione di 4 miliardi di anni. La verità sulla contaminazione radioattiva del sud dell’Iraq è venuta fuori circa quattro anni dopo la guerra del Golfo del 1990-91; le pressioni e le intimidazioni esercitate dal Pentagono e dal Ministero della Difesa britannico sui veterani di entrambi i paesi, contaminati a migliaia durante la guerra, sono state così numerose che costoro si sono costituiti in associazione per difendersi. I governi di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e persino Germania hanno fatto di tutto per impedire a istituzioni private e a organismi specializzati di indagare sulla questione. Tuttavia, davanti alla vastità del disastro del quale l’Iraq (ma anche il Kuwait e i paesi limitrofi) è attualmente vittima, davanti ai media che cominciavano ad interessarsi al problema e davanti al crescente numero di militari inglesi ed americani colpiti da leucemia, cancro e altre malattie infettive, l’Amministrazione americana e il Ministero britannico decidevano di nominare una commissione d’inchiesta. I rapporti confermano la contaminazione delle persone, delle acque, della vegetazione, degli animali e dell’aria su tutto il territorio dell’Iraq meridionale, sul Kuwait e sui paesi limitrofi. Riscontri scientifici. Dieci anni fa il “Military Toxics Project” ha pubblicato i risultati dei tests preliminari dei “Reduci” dal Golfo Persico, confermando la presenza di uranio impoverito nelle urine dei soldati. Essi confermano altresì che quei soldati avevano ingerito o inalato uranio impoverito durante il loro servizio nel Golfo. Calcolando in base a formule del tasso di escrezione in funzione di quello che si trova attualmente nelle urine, circa otto anni dopo l’esposizione, è stato stabilito che i militari sono stati esposti a dosi oscillanti tra 1 e 10 grammi di uranio impoverito nel Golfo. La “US Nuclear Regulatory Commission” nota che l’assorbimento di 0,01 grammi in una settimana può dar luogo a problemi di salute, e che una inalazione nota o sospettata di una tale quantità di uranio impoverito richiede analisi mediche approfondite. Finalmente, nel gennaio 1998, il Pentagono ha ammesso che migliaia di soldati avrebbero potuto essere esposti nel Golfo. Nel novembre 1997 e di nuovo il 18 settembre 1998, la “Veterans Administration” ha ammesso che si stavano individuando problemi neuro-conoscitivi e uranio impoverito nel liquido seminale dei reduci dalla Guerra del Golfo. L’MTP, in collaborazione con “Swords and Plowshares” e il “National Gulf War Resource Center”, ha pubblicato in marzo il “Depleted Uranium Case Narrative” che conferma che il numero di soldati esposti all’uranio impoverito potrebbe arrivare a 400.000 unità. Tuttavia, anche se la NRC dichiara che l’esposizione a una ingestione di 0.01 grammi deve essere seguita da analisi mediche automatiche, il “DoD” (Ministero della Difesa) ha controllato soltanto poche dozzine di “reduci”. Tuttavia, nessuno tratta della situazione irachena e della popolazione che vive in mezzo ad un altissimo livello di contaminazione radioattiva. Nessun documento affronta il problema della popolazione che respira da anni aria contaminata, radioattiva e si alimenta con prodotti a loro volta contaminati. Dal 1991 ad oggi, nessun governo occidentale, né agenzia dell’ONU (ad esempio l’OMS) hanno accettato di inviare in Iraq una commissione internazionale scientifica di inchiesta per assistere la popolazione contaminata da uranio 238 e effettuare un monitoraggio delle regioni e zone più a rischio. Perché? La risposta è semplice: gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali non hanno soltanto utilizzato armi all’uranio impoverito, ma anche al fosforo, al laser e nuove tecnologie di distruzione. Il fluel-air-explosive è stato sperimentato per la prima volta durante la guerra del Golfo. Agisce come una enorme bombola aerosol che esplode sopra la testa del nemico ed esplodendo libera una gigantesca massa di calore che divora l’ossigeno e in un attimo brucia ogni cosa su centinaia di metri e persino chilometri, secondo la potenza della bomba. Liberando una nube di vapore d’idrocarburo, l’esplosione della bomba provoca una depressione localizzata equivalente all’esplosione di una piccola bomba nucleare. L’esercito americano si accingeva, peraltro, a impiegare una procedura di attacco decisamente sbrigativa. Tre brigate della I° Divisione di fanteria meccanizzata americana attaccarono più di 10.000 uomini iracheni rifugiati nelle loro trincee e ripari. Prima dilaniati dalle bombe a frammentazione e successivamente arsi dall’esplosione del fluel-air-explosive, venivano sotterrati vivi dal bulldozer. Americani e Inglesi hanno anche impiegato bombe al napalm, e delle Cluster Bombs, cioè piccole mine sparpagliate sul terreno delle operazioni con l’obiettivo di provocare il massimo numero di feriti. Secondo lo Stato Maggiore americano, le 80.000 Clusters Bombs scaricate sul territorio iracheno avrebbero provocato 25.000 decessi. Infine i proiettili all’Uranio impoverito (U.A.) che hanno permesso di distruggere 3.000 carri armati e 1.856 blindati iracheni. All’arsenale di distruzione convenzionale e a quello delle recenti tecnologie, è da aggiungere una nuova categoria di armi, altrettanto terrificante, definite armi di “dissuasione del povero”, per il costo relativamente basso della loro fabbricazione: le armi chimiche e biologiche. Le armi chimiche sono fabbricate artificialmente partendo da agenti tossici opportunamente miscelati, come il cloro o il fosgene, che provoca l’asfissia o un edema polmonare per inalazione, l’iprite o gas mostarda, che contaminano le vie respiratorie e distruggono le cellule della pelle; l’acido cianidrico, che uccide per avvelenamento; il VX, il sarin, il tabun, il soman, acidi detti “neurotossici”, che provocano la morte per paralisi dei muscoli e soffocamento. Le armi biologiche, invece, sono fabbricate per riproduzione naturale di agenti vivi, come l’antracite (bacillo di carbone); le enterotossine dello stafilococco B, il ricino, le tossine botuliche. Questi prodotti altamente tossici attaccano i polmoni, la pelle, l’apparato digerente e causano la morte per avvelenamento del sangue (tossicemia) o per setticemia. Nel novembre 2004, l’esercito americano ha utilizzato armi chimiche proibite nell’attacco a Falluja e cioè l’Nk-77 (nuova versione del napalm, proibito dal 1980) e il fosforo bianco, contenuto nei proiettili illuminanti, ma in questo caso lanciato in modo indiscriminato e consapevole sulla città. Bilancio: oltre 25.000 morti e decine di migliaia di feriti. Sono state anche sperimentate sulla popolazione irachena diversi tipi di nuove armi, ad esempio le “armi ad energia diretta”. Si intende una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci di indirizzare sui bersagli, in modo molto preciso ed efficace, svariate forme di energia non cinetica. In sostanza, piuttosto che colpire l’obiettivo con un proiettile, o mediante la forza d’urto di un’esplosione, questi dispositivi inviano sul bersaglio radiazioni elettromagnetiche, od onde acustiche, o plasma ad elevata energia, o raggi laser. Gli effetti legati all’uso di tali armi possono essere sia letali che non letali, mentre i campi d’applicazione variano dalla difesa antiaerea alla tutela dell’ordine pubblico. Questa nuova arma al laser è state utilizzata per la prima volta (sperimentata) nella battaglia dell’aeroporto di Baghdad nell’aprile 2003, liquidando l’esercito iracheno, in qualche minuto.
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